Tutorial
Tutorial Stagione 8
Cosa intendiamo quando parliamo di performatività?
Cosa vuol dire per l’educatore pastorale essere performativo?
Esistono varie dimensioni?
Proviamo ad andare con ordine e rispondere brevemente a queste domande per supportare la pratica di ogni educatore ed educatrice in oratorio.
La parola “performatività” ha origine nel mondo linguistico grazie a John Austin, un filosofo che negli anni ’50 introdusse il concetto di atti linguistici performativi. Questi sono atti in cui dire qualcosa equivale a fare qualcosa. Ad esempio, quando durante un matrimonio si pronuncia “Vi dichiaro marito e moglie”, quelle parole non descrivono semplicemente un evento, ma lo creano: trasformano la realtà degli sposi.
Nel contesto educativo e pastorale, questo primo suggerimento è essenziale: ciò che diciamo non si limita a trasmettere informazioni, ma porta a un cambiamento reale nella vita dei ragazzi e delle ragazze.
Oltre al significato linguistico, il termine richiama le arti performative, come il teatro, la danza. Ogni volta che si incontrano i ragazzi, “si va in scena”.
Non si tratta però di recitare una parte falsa o inventata che non ci rappresenti, bensì di comunicare sempre in modo autentico e coinvolgente, utilizzando consapevolmente. Come suggerisce la scuola di Palo Alto, non si può non comunicare. Questo significa che ogni aspetto della presenza – dal silenzio alla postura – trasmette un messaggio. Vediamo qualche esempio che potrà essere utile nella pratica quotidiana:
- Il tono di voce: Un tono pacato può trasmettere rassicurazione, mentre uno più energico può catturare l’attenzione.
- La postura: Una posizione aperta e rilassata comunica disponibilità, mentre una più chiusa può trasmettere distacco o disinteresse per il lavoro svolto.
- I gesti: Movimenti coerenti e intenzionali possono rafforzare il messaggio, mentre gesti nervosi o disordinati rischiano di distrarre.
- La prossemica: L’uso dello spazio è cruciale. Sedersi in cerchio favorisce il dialogo e la condivisione, mentre mantenere una distanza eccessiva può creare un senso di separazione disallineandosi. Pensiamo qui alla tecnica del circle time, usata anche con i bambini più piccoli.
Essere educatori performativi ed educatrici performative, quindi, richiede un lavoro complesso, ma soprattutto significa essere persone generative che hanno speranza nel cambiamento, capaci di co-creare con l’altro l’evento pastorale.
Testi: Eleonora Mazzotti
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