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Vivendo nella rete agganciati alla realtà

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7 Agosto 2021
Vivendo nella rete agganciati alla realtà

di Andrea Tomasi

L’invito alle parrocchie, a preparare la ripresa delle attività sia online sia in presenza non potendo prevedere quale sarà la situazione pandemica

È tempo di pensare alla ripresa delle attività parrocchiali in autunno. Ci sono molte incertezze: cambieranno nuovamente le regole per la celebrazione delle Messe e le riunioni in locali chiusi? La partecipazione alle catechesi ritornerà ad un livello di normalità, o le resistenze e le paure scoraggeranno la presenza, e “l’effetto saturazione” di tante ore passate al computer per la didattica a distanza farà diminuire l’interesse per le lodevoli iniziative online che hanno sostituito nei mesi scorsi gli incontri “in presenza”?

Cercando una nuova normalità, le domande appena enunciate sono lo specchio della situazione in cui ci troviamo: forse non potremo abbandonare del tutto le attività online dell’immediato passato, né potremo dare per scontato che le attività in presenza saranno “come prima”. Probabilmente dovremo imparare a trarre il meglio dall’una e dall’altra modalità, in presenza e online, con creatività e con una riflessione critica sulle potenzialità del nuovo ambiente “onlife”. Occorre dunque chiedersi a quale modello di comunità pensiamo, per poter individuare la strada migliore da percorrere, e quanto siano adatti gli strumenti che usiamo.

Il Papa ha dedicato il Messaggio per la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali 2019 alla riflessione sul rapporto tra le community e le comunità: la differenza tra esse sta nel diverso modo con cui si vive l’identificazione di sé e l’appartenenza. Nella comunità è centrale la persona, nella community l’individuo.

L’identità personale si costruisce attraverso la relazione con gli altri, a cominciare dalla famiglia, in comunità fondate sulla comunione di persone che si riconoscono compagni di viaggio, uniti in una rete solidale. La rete è invece luogo di vistose contraddizioni, a cominciare da quella costitutiva, di essere fonte di una cultura omologante e di poter essere “abitata” da minoranze attive capaci di esprimere culture alternative. Nelle community l’identità e le appartenenze si affermano con legami deboli, basati su interessi particolari, che possono però creare dipendenze forti, fino a costituire “tribù” che non esprimono un genuino senso comunitario. Chi appartiene ad una community ne condivide il linguaggio e la cultura, spesso in contrapposizione ad altre, e si riconosce in essa affermando la propria individualità.

Il quadro che constatiamo è l’appartenenza parziale e multipla a più community, tra le quali la comunità parrocchiale è chiamata ad esprimere la propria specificità.

Sempre più, oggi, è necessario per le nostre comunità avere una propria “proiezione” sulla rete, e a tale scopo occorre attrezzarsi con competenze sul piano della capacità comunicativa e del linguaggio, attraverso persone che curino tutti gli aspetti, dal sito web ai social. Delle attività tipiche della comunità cristiana, catechesi, liturgia e carità, vorrei mettere in evidenza due aspetti.

C’è una carità che si può esercitare online, praticando molte delle opere di misericordia spirituale: accostandosi alla solitudine di tanti, informando e aiutando a sciogliere dubbi, svolgendo una preziosa opera di ascolto di disagi e sofferenze, o ricorrendo al volontariato di consulenti familiari qualificati. La seconda osservazione fa riferimento all’omelia del Papa del 17 aprile 2020, che sintetizzerei con una affermazione, forse ovvia, ma che porta con sé tante implicazioni: la vita della Chiesa non si può vivere in smartworking.

Andrea Tomasi

 

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Foto di Lisa da Pexels


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