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Storie da raccontare

Una comunità ombrello

Storie da raccontare

14 Marzo 2019
Una comunità ombrello

Cliccate su play e godetevi questo video, prima di iniziare il a leggere questa nuova storia.

Tanti ombrelli di diverse fogge e poi un ombrello (il mio ombrello) che mi aiuta ad ascoltare storie lontane, a parlare esprimendo la mia opinione, a guardare le cose in modo diverso, ad affrontare paure e ad accogliere le persone. Una comunità che ascolta è una comunità che accoglie, questo il claim che chiude il video e che delinea il senso della storia che stiamo per raccontare e che ci porta nella cornice della Caritas Diocesana di Novara per una esperienza di confronto e ascolto pieno. Torneremo su questo prodotto alla fine del pezzo.

La cornice appunto: Una mappa per la carità, questo il titolo dell’esperienza che stiamo raccontando, si colloca in un territorio che vede molte realtà attente e disponibili e – proprio per questo – suggerisce e invita a sviluppare un approccio aperto, nell’ottica del “welfare generativo”, ovvero una prospettiva di ascolto che va oltre l’erogazione di servizi e il soddisfacimento dei bisogni dichiarati, per assumere logiche di promozione e coinvolgimento di tutti i soggetti (inclusi i beneficiare dei servizi). Ma essendo anche numerosi i servizi, è necessaria una azione di coordinamento, dai servizi sociali messi a disposizione dal Comune a tutte le realtà della Caritas.

Ecco che Una mappa per la carità nasce nel settembre del 2017 per immaginare una nuova organizzazione delle realtà caritative, attraverso la collaborazione del territorio (numerose le realtà sensibili) e i fondi 8×1000 della CEI.

Proviamo a elencare la struttura dell’esperienza, raccontando i punti salienti.

Mappare il territorio

La prima azione concreta è stata la produzione di una mappatura dei servizi del territorio e l’analisi di alcuni di questi, anche grazie alla presenza di una risorsa dedicata che ha trascorso tempo prezioso nelle realtà, per osservare le dinamiche di lavoro (si tratta della Mensa dei poveri – Parrocchia del Sacro Cuore, del Centro di Ascolto e distribuzione di borse della spesa – Parrocchia Sacro Cuore, del servizio di Aiuto scolastico pomeridiano – Parrocchia San Francesco).

Intervistare i protagonisti dei servizi

La seconda azione ha un risvolto di ricerca importante, a partire da questa domanda: cosa pensano i soggetti che vivono il territorio delle attività caritative messe in campo dalla Caritas parrocchiale per rispondere ai bisogni della comunità?

Per saperlo sono stati intervistati un un centinaio di “testimoni privilegiati”, di diversa provenienza, capaci di raccontare il proprio punto di vista attraverso immagini stimolo importanti, perché hanno consentito di andare oltre ai gap linguistici presenti. Cosa pensano dei servizi dunque? La richiesta che più mi ha colpito, leggendo i report di lavoro, ha a che fare con la relazione e l’amicizia: ognuno, dice un intervistato, entra ed esce senza salutare, rimane sulle sue, mentre il servizio dovrebbe essere anche questo “un punto… un punto per salutarci”. E ancora: “un piatto di pasta ti pulisce il corpo, ti fa sazio, l’amicizia va avanti, nel tempo”.

I risultati del lavoro sono stati presentati nel corso di un evento per la cittadinanza (nel mese di febbraio 2018) e sono stati adottati come una base significativa per il lavoro successivo, ovvero la progettazione partecipata per promuovere forme di accoglienza e vicinanza nuove nei servizi e nella comunità e per favorire la collaborazione tra i diversi servizi mappati.

Progettare insieme attraverso un racconto

I gruppi coinvolti nel lavoro sono diversi e significativi: i volontari (che svolgono attività di servizio da molti anni e sono attenti alla necessità di costruire uno “stile” comune e accogliente),  le mamme straniere (donne giovani e provenienti soprattutto dai paesi del Nord Africa), i parrocchiani (delle cinque realtà coinvolte e per questo tra di loro sconosciuti pur abitando nello stesso territorio geografico), gli utenti della mensa (il cui video “Voci a tavola” è particolarmente evocativo e metaforico, con un messaggio profondo per tutti) e i bambini (12 bambini della scuola primaria “Levi” collocata in una zona periferica, non priva di sfide) . Questa composizione rende il valore del progetto e della sua cornice: avvicinare, accogliere, mettere in relazione, consolidare legami attraverso il racconto. Nello specifico le due domande guida sono state le seguenti: quando mi sono sentito veramente ascoltato, incontrato? Quando ho agito un atteggiamento di cura?

Dal racconto al video

I racconti individuali sono stati condivisi e hanno prodotto parole chiave che sono state tradotte in video, strumenti e dispositivi di sintesi eccezionali, capaci di andare oltre le barriere e solleticare l’immaginazione, aprendo spesso la strada dell’emozione. Il frutto di questo lavoro è stato oggetto di analisi e lettura nel mese di maggio, attraverso alcune domande guida che hanno consentito ai partecipanti di “leggere” il video degli altri gruppi: quale frase o parola del video ti ha colpito di più? Qual è l’immagine del video che ti è sembrata più significativa? Come mi sento? I temi comuni emersi sono stati tradotti in una seconda narrazione audiovisiva, questa volta unica, di comunità, e non di gruppo specifico.

Ancora, un ombrello

Ma perché l’ombrello? Ce lo siamo chiesti fin da subito, guardando il video. Si tratta di una immagine scelta dai partecipanti con questa motivazione e consegnata a un gruppo di professionisti (lo studio creativo Tiwi) per ricavare un video di sintesi. Ecco la risposta dei soggetti coinvolti: l’ombrello ripara e protegge, è utile ma dobbiamo ricordarcene, serve in caso di pioggia o sole molto forte, genera prossimità quando accoglie più persone.

In chiave metodologica, l’esperienza che abbiamo raccontato è ricca: usa il linguaggio scritto, quello delle immagini, il video, le carte di un gioco (Dixit) e restituisce parola a tutti.

Speriamo che questo ombrello resista al vento, alle intemperie, che non venga perso in qualche parco o lasciato incustodito, speriamo venga prestato e condiviso, che non sia scudo.

Alessandra Carenzio

nota: si ringrazia Marco Rondonotti per aver condiviso i materiali utili alla scrittura dell’articolo, oltre agli scambi e alle conversazioni sul senso di questo lavoro.



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