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Tutorial Stagione 4

Twitch: dai videogiochi alla TV della generazione Z

Tutorial Stagione 4

8 Dicembre 2021
Twitch: dai videogiochi alla TV della generazione Z

 

Se avete qualche capello bianco, ma avete meno di 50 anni, probabilmente avrete visto dal vivo un cabinato di videogiochi. Questi aggeggi erano una presenza fissa negli anni ’80 e primi anni ’90 in bar, sale giochi e persino molti oratori di parrocchia.

Tutti, grazie a una monetina, potevano provare il brivido di una partita. Ma il fenomeno più interessante, che forse vi ricorderete, erano i capannelli di ragazzi e bambini che si affollavano attorno ai cabinati per vedere le imprese del giocatore di turno. Mentre le luci si rincorrevano sullo schermo, in quel mondo ormai perduto i ragazzini incoraggiavano, consigliavano, esultavano quando Super Mario alla fine liberava la principessa o l’Italia si laureava campione del mondo.

Ben presto in molti hanno capito che non ci si diverte solo a giocare ai videogiochi. Ma ci si può divertire anche guardando qualcuno che ci gioca.

Se facciamo un salto di qualche decennio e arriviamo ai giorni nostri scopriamo come non solo il mercato dei videogiochi abbia ormai un fatturato maggiore a quello di cinema e televisione, ma anche come letteralmente centinaia di milioni di persone nel mondo osservino on-line alle partite di altri, a volte persone a caso, a volte dei veri professionisti del “gaming” capaci di guadagnare, tra tornei e sponsorizzazioni, come un giocatore di Serie A.

Specie tra i più piccoli questi atleti elettronici riscuotono un enorme successo, diventano degli idoli e dei modelli da seguire. Ecco perché è importante – per i genitori – conoscere questi mondi così distanti da loro ma così influenti.

Ecco che il nostro viaggio ci porta a scoprire Twitch, servizio di video in streaming dedicato ai videogiochi nato nel 2011 come costola di Justin.tv, un sito che permetteva di creare delle dirette streaming, servizio molto di nicchia all’epoca.

Twitch però si è trasformato in un fenomeno mondiale, tanto che nel 2014 è stato acquistato per la cifra monstre di un miliardo di dollari da Jeff Bezos di Amazon.

Guardiamo a un po’ di numeri: gli spettatori di Twitch sono al 65% maschi e per quasi la metà di età inferiore ai 24 anni. Considerando che il 32% ha dai 25 ai 34 anni, gli spettatori “maturi” sono di fatto residuali.

Con la pandemia Twitch è di fatto “raddoppiato”: agli 11 miliardi di ore di visualizzazioni del 2019 nel 2020 si è arrivati a quota 18 miliardi e 600 milioni. Sono 9 milioni i canali che trasmettono almeno una volta al mese.

Se Youtube, pur permettendo le dirette, privilegia i contenuti “on demand”, Twitch è il paradiso dei contenuti in diretta. Chiunque può aprire un suo canale, e tramite software di facile installazione può andare in streaming in ogni momento, anche per ore e ore.

È l’interazione con gli utenti la chiave del successo in Twitch, tramite le chat e soprattutto un sistema di abbonamenti: gli spettatori più assidui, infatti, possono abbonarsi al costo di 4 euro al mese per ogni canale e accedere così ad alcune funzioni simboliche – come emoticon da utilizzare nei messaggi in chat o alcuni video esclusivi – con cui far arrivare il proprio sostegno al canale di turno. Il sistema di abbonamenti – e il suo successo – un po’ sorprende i più anziani abituati a un web in cui apparentemente tutto era gratis: il fatto che i più giovani diano i loro soldi, con abbonamenti e donazioni, ai loro idoli testimonia un legame forte e solidifica lo spirito di appartenenza alla propria comunità.

Che Twitch – specie dopo la pandemia – sia diventata la televisione della generazione Z lo dimostra l’aumento vertiginoso dei contenuti senza videogiochi, delle vere e proprie web-tv, in streaming per ore e ore ogni giorno, con tanto di trasmissioni fisse, presentatori e format. In questi canali si parla di sport, attualità, stili di vita.

Che dire in conclusione? Per i più grandi Twitch – più che uno strumento da usare – è uno straordinario oblò dal quale osservare con curiosità il mondo dei giovanissimi. E magari, perché no, instaurare un dialogo.

Testi: Andrea Canton


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