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Oggi più che mai è fondamentale educare alla cultura della privacy sin dalla giovane età.
Se un bambino cresce con la giusta consapevolezza dell’importanza dei propri dati, avrà più possibilità di difendersi da potenziali situazioni di rischio (come ad esempio, casi di cyberbullismo o pedopornografia).
La base di partenza per una cultura della privacy sta già nel comprendere che i dati personali come il proprio nome, l’indirizzo di residenza, i dettagli sullo stato di salute, la propria immagine e voce hanno un valore importante che va tutelato.
Il Regolamento UE 2016/679 (c.d. GDPR) ha affrontato il tema dei minori con norme volte a rafforzare la loro protezione.
I minori, in quanto “persone fisiche vulnerabili” godono di “una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, poiché possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia a loro destinati, nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali”.
Cosa intendiamo per consenso, informativa e “maggiore età” digitale dei minori?
Se analizziamo l’articolo 12 del GDPR, ci rendiamo subito conto che esso impone al Titolare del trattamento di fornire l’informativa su come vengono trattati i dati in forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con un linguaggio semplice e chiaro, in particolare nel caso di informazioni destinate specificamente ai minori.
I minori hanno, quindi, diritto a ricevere informazioni trasparenti aventi lessico, tono e stile adeguato e per loro comprensibile, anche tramite l’utilizzo di fumetti/vignette, pittogrammi o animazioni.
Il GDPR stabilisce che, in caso di trattamento basato sul consenso, per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi ai minori, questo può essere fornito direttamente solo a partire dai 16 anni, ma lascia agli Stati membri dell’UE la possibilità di stabilire un’età inferiore purché non al di sotto dei 13 anni.
In Italia il limite è fissato a 14 anni, come stabilito dal Codice della privacy. Il GDPR richiede che anche le richieste di consenso siano chiare e comprensibili per i minori.
Il GDPR ha fissato, una regolamentazione specifica che, però, non tocca la capacità di agire del minore, che rimane, quindi, quella fissata dall’ordinamento nazionale.
Non riguarda tutti i trattamenti di dati di minori, ma solo quando tale trattamento:
1) concerne un’offerta diretta di servizi della società dell’informazione a soggetti minori che hanno almeno 16 anni;
2) si basa sul consenso, secondo quanto disposto dal GDPR (se il trattamento ha altra base giuridica, come ad esempio il rispetto di un obbligo di legge, i legittimi interessi, ecc., la predetta norma non si applica).
Laddove manchino questi due requisiti, la normativa richiede il consenso dell’esercente la responsabilità genitoriale.
Si tratta quindi di una sorta di maggiore età digitale, raggiunta la quale è ammesso il consenso al trattamento dei propri dati personali anche ad es. con riferimento ad attività di profilazione.
Smartphone, tablet e computer possono essere divertenti, ma anche fonte di apprendimento e di educazione. Questi dispositivi, seppure utili, nascondono qualche pericolo se utilizzati da bambini e ragazzi senza la supervisione di un adulto. È bene allora essere informati e provare a riflettere su quali accortezze è possibile mettere in campo per garantire un uso sicuro di questi strumenti da parte dei più piccoli.
Risulta, pertanto, fondamentale il ruolo dei genitori; la mediazione di un adulto che educhi ad un uso responsabile di tutti i tipi di device è la garanzia più efficace.
Per concludere potremmo affermare: “genitori social” si, ma con lo sguardo sempre attento all’operato dei propri figli.
Avv. Sandro MAURO – DPO WeCa
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