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Connessione e vocazione: come abitare il digitale senza perdere la propria chiamata

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10 Marzo 2026
Connessione e vocazione: come abitare il digitale senza perdere la propria chiamata

Il volume di Pina Riccieri affronta con rigore e profondità la sfida del digitale per la vita consacrata. Internet e i social non sono più strumenti occasionali, ma un “ambiente vitale” che ridefinisce il modo di percepire sé stessi, gli altri, Dio. Come abitare questo spazio restando fedeli alla propria vocazione? Il libro propone la via del discernimento, con un’analisi originale dell’impatto del digitale sui voti religiosi e un’attenzione particolare alla formazione integrale

Il digitale non è un territorio esterno alla vita consacrata, ma il contesto in cui essa oggi prende forma. È questa la prospettiva che attraversa “Connessione e vocazione. La vita consacrata nell’era digitale” di Pina Riccieri (Paoline, 2026), volume prefato dal card. José Tolentino Mendonça, prefetto del Dicastero per la cultura e l’educazione. L’autrice assume con chiarezza una tesi di fondo: Internet e le tecnologie non costituiscono più strumenti da utilizzare in modo episodico, bensì un “ambiente vitale” che incide sul modo di percepire sé stessi, gli altri, Dio. Non si tratta di contrapporre reale e virtuale, ma di riconoscere che la Rete è parte integrante dell’esperienza quotidiana. Per questo la domanda decisiva non è se usare o meno i social, ma come abitarli in modo coerente con la propria vocazione. Il libro evita sia l’entusiasmo acritico sia il rifiuto difensivo, scegliendo la via del discernimento. La questione digitale viene così riportata al suo nucleo antropologico e spirituale.

Uno dei contributi più significativi del volume è l’analisi dell’impatto culturale dei media digitali sui voti religiosi. Riccieri lo formula come una domanda diretta e scomoda: “L’uso dei social sostiene davvero la nostra donazione a Dio? Favorisce la fraternità o, al contrario, rischia di frammentare la comunità, spingendoci a vivere in un ‘altro mondo’ mentale, distaccati da noi stessi, dai fratelli e dalle sorelle, così come dai voti che abbiamo professato?”. Che cosa significa povertà nell’epoca dello smartphone? Quale forma assume l’obbedienza in un contesto segnato dalla personalizzazione algoritmica? Riccieri intreccia magistero e riflessione contemporanea, mostrando come l’iperconnessione possa produrre dispersione, ricerca di visibilità, dipendenze. Il “like” diventa simbolo di un riconoscimento immediato che rischia di sostituire relazioni più profonde. La fraternità, invece, chiede tempo, presenza, ascolto. In questo senso la comunicazione digitale non è neutra: ogni contenuto pubblicato racconta un’identità, personale e istituzionale. La vita consacrata è così chiamata a interrogarsi non solo su ciò che comunica, ma sul modo in cui comunica. L’ambiente “onlife”, in cui online e offline si intrecciano, diventa uno specchio delle relazioni reali e della qualità del rapporto con Dio e con la comunità.

La chiave interpretativa proposta dall’autrice è la formazione. “Non basta conoscere le tecnologie: occorre educare la libertà”, scrive Riccieri. In un contesto dominato dai big data e dall’intelligenza artificiale, il rischio non è solo la perdita della privacy, ma la riduzione dell’umano a profilo prevedibile. Su questo fronte il volume richiama con forza le parole di Leone XIV rivolte ai giovani: “Non lasciate che sia l’algoritmo a scrivere la vostra storia! Siate voi gli autori: usate con saggezza la tecnologia, ma non lasciate che la tecnologia usi voi”. Un richiamo che, come sottolinea Riccieri, non riguarda solo i giovani, ma interpella tutti coloro che vivono e comunicano nel digitale, compresi i consacrati. Per questo la maturità digitale diventa parte integrante del cammino formativo. Custodire silenzio e interiorità, saper integrare connessione e comunione, evitare l’”altrove mentale” che frammenta la vita comunitaria: sono criteri che toccano la sostanza della vocazione. Il volume non offre soluzioni operative immediate, ma propone un cambio di sguardo. La connessione può diventare spazio di missione solo se la vocazione rimane centro e misura. In questa prospettiva, il digitale non è minaccia da cui difendersi, ma terreno da abitare con responsabilità ecclesiale. È una sfida che riguarda l’intera Chiesa, chiamata a riconoscere che anche nell’era iperconnessa il primato resta quello di Dio, e che ogni linguaggio, per essere autentico, deve nascere da un’esperienza reale di incontro.

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