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5 motivi per cui i giovani lasciano Facebook per Instagram

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3 Luglio 2019
5 motivi per cui i giovani lasciano Facebook per Instagram

I social sono un’invenzione particolarmente recente nel mondo dei mezzi di comunicazione, ma il loro panorama cambia in continuazione.

Prendiamo il caso di Facebook: qualche anno fa era in crescita costante, non c’era giovane – si fa per dire – che non avesse un account. Sembrava che tutti, prima o poi, vi sarebbero entrati e vi avrebbero trascorso sempre più tempo.

È vero: sono entrate sempre più persone, specie adulti, ma anche anziani. Ma si è ridotto il tempo di utilizzo. E, sorpresa, se i millennials – i nati tra i primi anni ’80 e inizio anni ’90, vi sono entrati già a metà 2000, la generazione successiva – la generazione Z formata dai nati dal 1997 al 2000 – su Facebook c’è entrata molto meno. Anzi, si può dire che ne sia quasi assente.

I giovani della generazione Z, ma anche molti giovani adulti della generazione Y, i millennials, passano sì molto tempo sui social, ma in particolare su Instagram, il social “giovane” per eccellenza. Vi abbiamo già detto che cos’è e come funziona.

Ma perché i giovani stanno abbandonando Facebook per Instagram, quando pure questi social sono entrambi di proprietà Mark Zuckerberg?

Ecco cinque motivi utili a capirlo – che ci faranno capire anche un po’ di più come funziona questo social.

1 – Le parole hanno stancato

Facebook, fin dall’inizio, è stato un social fatto di parole, di messaggi. Ma quello di inizio anni ‘2000 era un altro web, dove si scriveva e si leggeva tanto, specie da computer fisso. Le immagini, i video, i link sono arrivati dopo. Instagram, invece, è nato come social fotografico, e i testi, arrivati dopo, hanno comunque un ruolo minore.

Questa generazione, così oberata da un carico informativo come mai nella storia dell’umanità, in Instagram, composto quasi esclusivamente da immagini – dirette, senza troppi orpelli – vede una forma di comunicazione diversa, apparentemente più autentica e diretta.

L’utilizzo delle immagini non è banale: solo da pochi anni che gli smartphone hanno foto di qualità eccellente. Se pensiamo a vent’anni fa una foto si faceva solo con il rullino: la gratuità, la qualità e la velocità di scattare immagini – e di poterle condividere – sono tutti elementi del successo di questo social.

I giovani hanno sposato pienamente questa novità, ancora forse non compresa da noi più grandicelli, e la stanno sfruttando al massimo.

2 – Instagram è più “leggero”: non contano i concetti, ma l’immagine

Se pensiamo a “comunicazione” è molto facile che pensiamo alla trasmissione di concetti, banali o molto seri, da un mittente a un ricevente. In realtà, la stragrande maggioranza della comunicazione non ha alcuno scopo informativo o di trasmissione di idee. Si comunica per stare in relazione, dal “Come stai” che si dice a un amico al “Buonanotte” che la mamma dice al bambino.

Con i social media la traslazione di questa “comunicazione relazionale” non è sempre così efficace. Pensiamo a chi scrive “Buongiorno” (o buongiornissimo) su Facebook ai suoi contatti, che spesso viene preso in giro per questo. Ecco, su Instagram basta un selfie, il più banale dei selfie, per ribadire il concetto: “Eccomi, sono qui, ci sono”, rinforzato da un sorriso, o una faccia crucciata, per comunicare anche uno stato d’animo.

Instagram piace per questo: non si possono tradurre concetti molto complicati, ma il qui, l’ora, la presenza, la corporeità di sé stessi e di ciò che ci circonda. Gli influencer – cioè le persone che su Instagram sono in grado di orientare generazioni verso marchi, prodotti o idee – lo fanno non grandi discorsi, ma con foto apparentemente semplici dietro le quali si nasconde una mentalità “chirurgica”.

3  – Non chiede “impegno”

Le relazioni su Instagram – senza entrare nelle chat private, pari a tutti gli altri sistemi di messaggistica istantanea – sono molto basilari. Ci si limita a pochi scambi di “mi piace” e di foto. Non ci si impegna, non si chiedono le amicizie – al massimo si “followa”, si segue” – si scambiano dei like.

Ciò che conta su Instagram è guardare ed essere guardati. Si tratta – come osservavamo prima, di qualcosa all’apparenza superficiale, che si può anche vivere superficialmente – ma che in realtà denota registri di comunicazione molto profondi e “tecnici”. In questa “fiera delle vanità” in tantissimi guardano, pochi vengono guardati. E il fatto che non venga chiesto alcun “impegno”, nessuna “call to action” difficile alla quale rispondere, avvicina molti delle giovani generazioni.

4 – Su Instagram i giovani trovano i loro “influencer” e non trovano gli adulti

Se siete più in là con gli anni, ma anche se siete dei trentenni normalissimi, può darsi che non conosciate tre quarti – e forse di più – dei personaggi che gli adolescenti seguono con devozione quasi religiosa. Il fatto che non vi siano più, come tanti anni fa, “media generalisti” visti da tutti ma tanti diversi mezzi settoriali, fa sì che intere mode, atteggiamenti e personaggi famosi per i ragazzi siano pressoché sconosciuti ai loro genitori.

Su Instagram trovate quella selva di artisti, cantanti, attori, blogger e atleti seguiti dai giovanissimi che spesso promuovono, con la loro presenza, dei marchi commerciali.

Ci sono loro, e mancano – o sono pressoché invisibili – gli adulti. Per i giovani Instagram è anche un posto dove non essere seguiti dai genitori, che spesso hanno solo Facebook.

5 – È più gratificante – ma da più dipendenza

Instagram, anche come Facebook, si basa su un meccanismo di “follow” – seguire – e “like”. Un meccanismo che alcune ricerche – come una pubblicata nell’estate scorsa da un’università di Taiwan – hanno visto come Instagram sviluppi meccanismi di vera e propria dipendenza, esattamente come certi videogiochi o giochi d’azzardo, con dinamiche di appagamento temporaneo e di bisogno da soddisfare.

Già due anni fa i ricercatori del centro per la mappatura del cervello dell’Università della California denunciavano come Instagram fosse il peggior social network per la “salute mentale” dei più giovani. Ricevere like ad una foto fa rispondere i cervelli dei più dipendenti con una scarica di endorfine paragonabile solo a quanto si vede dopo tanto tempo una persona amata o quando si vincono dei soldi.

È innegabile, da una parte, come Instagram faccia parte della vita dei nostri ragazzi, ma anche dall’altra come un suo abuso possa avere effetti negativi. Come sempre, giusto vigilare e giusto accompagnare perché non diventi una malattia.

Detto tutto questo, che insegnamento possiamo trarre da questi principi di Instagram per la nostra comunicazione verso i giovani, sia nel piano educativo, sia in quello genitoriale, sia in quello di uno sforzo evangelizzatore?

Primo consiglio: manteniamoci “leggeri”. Questa “leggerezza” di forma, che non deve essere visto necessariamente come disimpegno totale, ci può ispirare ad evitare concetti troppo complessi, specie nei primi approcci, e di andare dritti “al dunque” nella nostra comunicazione, senza girare troppo attorno ai temi.

Secondo consiglio: più emozioni, meno discorsi. Mezzi come Instagram stanno abituando i nostri ragazzi a forme di comunicazione più emozionali e meno concettuali. Siamo anche noi in grado di “caricare” i nostri discorsi di emozioni – quelle giuste – ed evitare di essere troppo “freddi” o sterili?

Terzo consiglio: interagiamo. Su Instagram, come abbiamo visto, gran parte dei rapporti si basano sul “follow” e sul “like”. Ricevere un “mi piace”, specie dalla persona giusta, può cambiare l’umore della giornata. E allora perché non “mettere like” – un like simbolico – ai nostri ragazzi? Ascoltare, “seguire”, dire “ci piace”. Prima di ogni giudizio, di ogni predica e anche di ogni “annuncio”, è questo “mi piace”, “tu sei importante”, “tu vali” che i nostri giovani chiedono da noi.

Testi: Andrea Canton



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