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Tutorial Stagione 3

Cittadinanza digitale e informazione: quali le nostre responsabilità?

Tutorial Stagione 3

17 Marzo 2021
Cittadinanza digitale e informazione: quali le nostre responsabilità?

Con la diffusione della pandemia è diventato più che mai evidente che i nostri comportamenti possono avere conseguenze, in positivo o in negativo, su chi ci sta attorno. Indossare la mascherina e rispettare il distanziamento sociale sono due azioni attraverso le quali ci prendiamo cura non solo di noi stessi, ma soprattutto dell’altro. Rispettando queste due regole, facciamo la nostra parte di buoni cittadini.

Questa attenzione verso gli altri è fondamentale anche nell’ambiente digitale. Ed è proprio su questo che concentriamo il Tutorial di questa settimana. Ciascuno di noi è responsabile di ciò che fa e ciò che dice, soprattutto nei social media.

Questo è tanto più importante in considerazione del particolare momento che stiamo vivendo. Sono essenzialmente 3 gli elementi chiave a cui prestare attenzione:

1-       L’importanza dell’informazione in un contesto emergenziale;

2-       La perdita di autorevolezza delle istituzioni e il clima di sfiducia percepito dai cittadini;

3-       Il ruolo dei social media.

Partiamo da una delle regole base della comunicazione di crisi: la vera crisi non è ciò che è realmente accaduto, ma è quello che le persone ritengono sia successo. Nella rappresentazione sociale della realtà il ruolo dell’informazione e dei media è centrale. Innanzi tutto perché, soprattutto in un contesto emergenziale, abbiamo bisogno di informazioni (cosa sta succedendo, cosa posso o non posso fare, cosa succederà). L’aumento della domanda di informazioni, rilevata da numerose ricerche condotte dall’inizio della pandemia, costituisce una dinamica “normale” di fronte a crisi inattese che mettono in discussione il mondo conosciuto. In secondo luogo, le informazioni che consumiamo hanno degli effetti sulla realtà che, nel caso specifico, possono contribuire a contenere i contagi. Adotterò certi comportamenti in base alle informazioni che avrò ricevuto da una molteplicità di fonti diverse. C’è però un problema di abbondanza informativa che può acuire il sentimento di disorientamento in un contesto emergenziale piuttosto che attenuare i timori. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha parlato addirittura di infodemia, ovvero della “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili” (Treccani). L’infodemia può essere favorita da conflitti tra livelli dello Stato (governo, regioni, comuni, ecc.), tra esperti (virologi, medici, ecc.) e dai media stessi. Spesso, le regole di una buona comunicazione di crisi che dovrebbe essere chiara, coerente, esaustiva sono state disattese. Chiudere tutto o aprire? Le varianti del virus colpiscono o no maggiormente i bambini? Di fronte a informazioni contraddittorie, a chi credere?

Per comprendere le dinamiche che si attivano devo considerare gli altri due elementi citati all’inizio. In primo luogo, la perdita di autorevolezza delle istituzioni. Da qualche anno a questa parte si è registrato un trend calante nella fiducia che i cittadini ripongono nelle istituzioni (con un’apparente inversione di tendenza nell’anno 2020 – Fonte Demos – che occorrerà verificare nel tempo). In secondo luogo, la dieta mediale dei cittadini. I social media sono entrati ormai da tempo fra le fonti utilizzate per reperire informazioni e punti di vista diversi dalle fonti ufficiali (Censis 2020), accanto a tv, radio, giornali, reti familiari e amicali. Pensiamo a quante delle informazioni che consumiamo ci arrivano tramite Facebook, Instagram, WhatsApp, Telegram e così via. Accanto a fonti ufficiali, circola molta informazione eterogenea prodotta dal basso (dagli stessi cittadini).

In un tale contesto caratterizzato da sfiducia e abbondanza informativa, la tentazione è quella di credere a me stesso, a quello in cui preferisco credere, a ciò che coincide con le mie convinzioni pregresse, magari figlie di pregiudizi e stereotipi. In un clima di sfiducia generale la tentazione è quella di scegliere di credere di più al nostro familiare o al nostro amico della chat di calcio a 5 piuttosto che a chi sta sopra di noi.

La riflessione con cui ci lasciamo è la seguente: anche noi siamo vettori di informazione e siamo chiamati a essere prudenti nel condividere contenuti. Condividere un contenuto prodotto da altri non ci rende meno responsabili rispetto a un post o un messaggio scritto ex novo da noi. Possiamo fare la nostra parte nel ridurre il tasso di conflitto esistente nell’ecosistema informativo. Se prestiamo attenzione ai contenuti che condividiamo sulla chat Whatsapp di famiglia o della scuola o su uno dei tanti social media in cui abbiamo un account, facciamo la nostra parte di buoni cittadini nell’era digitale.

Testo: Rita Marchetti


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