Incontri
Il titolo è già una tesi: «Nessuna intelligenza artificiale morirà sulla croce per noi». Don Fabio Pasqualetti, docente di sociologia dei media digitali alla Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana, ha aperto la sua relazione ad #ECIC30, in questi giorni a Roma, partendo da una metafora antica. La tentazione del transumanesimo, ha detto, è la stessa della Genesi: «non è solo di acquisire conoscenza, ma di diventare Dio. E ora stiamo ripetendo la stessa cosa con l’AI».
Il primo punto è tecnico, e Pasqualetti lo pone con nettezza: i grandi modelli linguistici «non sono altro che algebra di base, calcolo, probabilità, statistica e teoria dell’ottimizzazione. Sono molto bravi nella simulazione, ma non nella cognizione». Quando scriviamo un prompt, la macchina «non legge ciò che leggiamo noi; non intende ciò che intendiamo noi»: spezzetta la frase, le attribuisce numeri e percentuali, reagisce. «Non c’è significato nel modo in cui fornisce i risultati».
Da qui la distinzione che attraversa tutto l’intervento. Un’AI può rilevare con sensori il profumo di un fiore, ma «nessuna AI può comprendere il significato di un fiore che ho visto, che ho colto, e che ho donato a un’altra persona come simbolo della mia relazione». La coscienza, citando lo scienziato Federico Faggin, «non è riducibile a cose misurabili».
Pasqualetti ha poi allargato lo sguardo alla dimensione economica e politica. Dopo «25 anni di profilazione delle persone» con i loro effetti — «le camere dell’eco, la polarizzazione della società, la perdita della capacità di ascoltare» — siamo a un terzo livello: dall’economia dell’attenzione all’«economia dell’intenzione», più intima perché il rapporto con l’AI «è più personale». Con un motore di ricerca si fanno scelte; «ora le persone non fanno scelte: si affidano all’AI, e ciecamente. Questo, per me, è molto preoccupante».
C’è un dato che lo colpisce: «il 63% dei bambini si relaziona con l’AI come con un amico», preferendo il chatbot alla persona. E il fatto che questi sistemi siano «programmati per essere compiacenti» lo giudica «assolutamente diseducativo», perché «l’educazione deve aiutare le persone ad affrontare la complessità».
Netto anche sulla pastorale. A uno studente che proponeva una tesi sul chatbot come accompagnatore spirituale per i giovani, ha risposto: «questa è una sconfitta enorme». Il vero compito, ha spiegato, è «aiutarli a tornare alla vita reale, a riconquistare la bellezza della vita reale» — senza rinunciare all’AI «per ciò per cui è utile», ma «non per interferire con l’essenziale».
La conclusione torna al corpo e alla relazione. «I sistemi di AI, le macchine, non sono capaci di amare le persone. Possono simularlo». La simulazione è preziosa — i simulatori chirurgici, quelli di volo — ma «i problemi umani sono problemi di relazione incarnata», e questo «non si può simulare». Per questo, ha detto, la crisi della Chiesa «non è una crisi della tecnologia»: è «teologica, epistemologica, liturgica», e riguarda «come viviamo da cristiani nella vita contemporanea».
Riprendendo Chaplin, l’invito finale: «più che di macchine, abbiamo bisogno di umanità». E un criterio di verifica per chi comunica: chi si prende cura davvero delle persone «può avere una narrazione povera, ma affidabile e credibile»; chi produce «solo narrazione» e «non fa nulla nella vita reale», no.
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12 Giu 2026
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