Tutorial
Tutorial Stagione 9
Nel nostro precedente video abbiamo esplorato il fenomeno degli AI companion, le intelligenze artificiali progettate per essere “amiche”, e come queste riescano a offrire uno spazio sicuro contro la solitudine. Ma ora, da un punto di vista pedagogico, occorre toccare una seconda questione: le relazioni sono complesse, richiedono negoziazione, frustrazione, compromesso, empatia reciproca. Un AI companion, invece, è progettato per adattarsi a noi. Non ha bisogni propri. Non prova emozioni reali. Non può contraddirci in modo autentico.
E questo apre un’ulteriore questione educativa molto delicata. Se ci abituiamo a interazioni perfettamente modellate sui nostri desideri, cosa succede quando torniamo alle relazioni analogiche, che sono inevitabilmente imperfette?
Alcune ricerche indicano che un uso molto intenso e prolungato degli AI companion può essere associato a maggiore isolamento percepito. In altre parole, se diventa l’unico spazio relazionale, il rischio è quello di ridurre le occasioni di confronto oltre la tastiera. C’è poi il tema della dipendenza emotiva. Quando una persona trova nell’AI l’unica fonte di ascolto e validazione, può sviluppare un attaccamento molto forte e “in abbonamento”.
Nel caso degli adolescenti, la questione è ancora più sensibile. L’età evolutiva è il periodo in cui si costruiscono competenze sociali fondamentali: gestione del conflitto, empatia, regolazione emotiva. Se l’interazione prevalente avviene con un sistema che si adatta sempre e non richiede reciprocità reale, alcune competenze rischiano di essere meno esercitate. Siamo davanti a un passaggio importante: da macchine progettate per lavorare per noi a macchine progettate per relazionarsi con noi in uno scenario segnato da “fame sociale” dove in realtà non cerchiamo efficienza, ma presenza.
Facciamo allora una sintesi degli aspetti, che potrebbero orientare il nostro intervento educativo.
- Primo. La possibilità di costruire una sorta di “amico su misura”, sempre accondiscendente e senza conflitti, è un potenziale ostacolo al rafforzamento delle competenze sociali: tollerare la frustrazione, negoziare le differenze, confrontarsi con l’imprevisto, gestire le emozioni.
- Secondo. Chi raccoglie i dati emotivi generati in queste interazioni? Quali logiche commerciali definiscono le risposte dell’intelligenza artificiale?
- Terzo. Poiché questi bot sono progettati per compiacere l’utente e mantenerne l’interesse, i più fragili potrebbero condividere scelte molto serie, come abbandonare la scuola o andare via di casa, senza ricevere particolari obiezioni. Non si tratta di professionisti della salute mentale, non si tratta di amici.
- Quarto. Se è vero che molte piattaforme prevedono un limite di età, questo limite è facilmente aggirabile.
- Quinto. Che ruolo ha l’adulto nel momento in cui bambini e adolescenti chiedono di essere ascoltati senza giudizio?
L’intelligenza artificiale sociale non è un problema tecnico da ottimizzare, ma uno specchio che ci interroga sulla nostra natura. Riflettere su questi aspetti significa interrogarsi soprattutto sull’idea di relazione che, come adulti, vogliamo trasmettere, soprattutto attraverso l’esempio e una presenza autentica.
Testi: Alessandra Carenzio
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